Di sera avrei voluto essere un cane sciolto verso la notte. Per camminare, trotterellare, correre mai interrotto, sempre vagabondo a coda sicura, in un vasto agglomerato urbano, protetto dalle immense ali del buio forato dalle luci metropolitane. E abbaiare, latrare, ringhiare, ululare, guaire, mugolare a tutto il circondario animato, inanimato, umano, animale, vegetale, io quadrupede osservante, annusante, anelante, sbavante, leccante. Libero fino ai margini rosati dell’alba in espansione, soffice salita solare adibita a scostar via il manto nero steso sulle ore precedenti. Poi, legato di nuovo al giorno-padrone, avrei ripreso a subirne le durezze, pur conservando sotto la catena un sottile filo di speranza per il prossimo crepuscolo.


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