Michele Chichillo, un attempato signore in pensione che aveva fatto svariati mestieri, era arcinoto per le frottole che sapeva dire. Anche non vedendo o sentendo di persona il soggetto, già il suono onomatopeico del suo cognome era di per sé un programma comico. La mente vulcanica dell’uomo partoriva storie paradossali, originali, fantasmagoriche, inverosimili; in queste, egli svolgeva spesso il ruolo di protagonista. Di stagione in stagione andavano in voga e si ripetevano le sue creazioni. Chichillo stesso e la materia delle sue mirabolanti imprese venivano usati o riportati come termine di paragone, allorchè entravano in gioco svariati argomenti, situazioni ed eventi “oltre i confini della realtà”. Una delle bubbole più grosse che il pensionato aveva spiattellato fuori un giorno, era stata quella della mattinata invernale in Unione Sovietica. In quella circostanza, durante la campagna di guerra in Russia, Michele indossava i panni del soldato italiano. Questi, successivamente, ebbe l’ardire di raccontare che un giorno lì il freddo era così forte che, non appena egli ed i suoi commilitoni aprivano bocca nel tentativo di comunicare tra di loro, i suoni delle voci umane si congelavano. Le onde sonore si tramutarono in blocchetti di ghiaccio che rimasero sospesi in aria. Soltanto quando il sole cominciò a riscaldare un poco quella tremenda mattinata i pezzetti congelati, fluttuanti nell’atmosfera, presero a sciogliersi. Nel giro di pochi minuti, venne fuori una tale gran confusione di dialetti d’Italia che il milite Chichillo ed i suoi compagni d’arme furono costretti a tapparsi le orecchie per paura d’insordire.

                                  

                             Carlo Giarletta


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