SEMAFORO AD UN SOLO COLORE


Quel ragazzo timido, pieno di brufoli e complessi

nel suo immaginario voluto, davanti la finestra della sua abitazione,

alimentava un unico pensiero costante : doveva trovare il coraggio di avvicinarla!

Certo ci sarebbe voluto un inno alla fortuna che gli concedesse

il privilegio di poterla incontrare finalmente sola.

Quanto era bella! La vedeva ogni giorno passare, non prima di mezzogiorno

mentre lui poverino era intento a studiare latino e greco su libri insulsi

cercando una concentrazione che solo lei riusciva a portargli via!

Anelava un suo sguardo, chiedeva al fato un regalo, l'occasione di un primo amore

che si potesse posare su di lui come lo fa l’usignolo sul ramo!

Voleva finalmente imparare cosa fosse l'amore per capire perche il sole risplende!

Per questo invocava ad alta voce il cielo, che lo ascoltasse

fino ai confini della terra e d’ovunque vi fosse luce

in quanto si sentiva cieco solo perché non apriva gli occhi al mondo.

Voleva dare spazio ai richiami del cuore ed alle pressanti voci dell’anima sua,

a tutti i rumori, purchè incrociasse i passi eleganti di lei

che sorreggevano un corpo sinuoso in ogni movenza.

Lei passava sotto casa sua ogni tarda mattina

sempre verso mezzogiorno e mai prima.

Sì quel ragazzo timido e pieno di brufoli

avrebbe voluto tanto il suo amore, giurando che sarebbe riuscito

a restare per sempre al suo fianco,

anche chino se era per ottenerlo, se era per difenderlo.

Credeva che sarebbe bastato avere solo un po’più di coraggio

pazienza e coscienza e nessuna forma di timore

perchè lei non si allontanasse troppo presto da quel semaforo.

Tutto si svolse in prossimità di quelle alterne ed irritanti luci!

Finalmente un giorno, un giorno di una estate calda ed afosa,

quando anche i testi di storia di greco e latino cominciavano a sudare

e si stancarono di vedere su di loro un volto turbato e zeppo di smanie

il ragazzo scese in strada ed aspettare che lei arrivasse.

Certo che doveva arrivare!

Eccola era lei. Il ragazzo camminava dietro i suoi tacchi

sempre tenendosi a tenuta distanza,

con l’emozione e la paura che gli facevano da spalla.

Che nessuno si fosse provato ad infastidirla

a sfiorarla per distrarla dalle sue attenzioni!

Ignaro di tutto, ingenuo come solo la giovane età ti concede,

credeva potesse convincerla facilmente ad accettare il suo approccio.

Se così fosse stato l’avrebbe potuta tenere custodita in uno scrigno,

dentro il quale poter prelevare a sorsi il bisogno di poterla fruire.

Nessuno si sarebbe potuto permettere di aprirlo quello scrigno,

nemmeno per sbaglio, nessuno avrebbe potuto scoprire forzando i battenti,

il tesoro che il ragazzo compiaciuto credeva di custodire.

Sarebbe stato mai capace di riuscire a farsi amare?

Dubbio che lo assaliva pressante ma che lo aiutava nel continuare

ad avere fiducia per seguitarci a provare.

Sperava che lei si potesse voltare indietro per accorgersi di lui,

abbandonando lo sciame di api che sempre le ronzavano attorno.

Avrebbe mai potuto ottenere una sua attenzione?

Con volto e mani sudate di emozione,

gambe che tremavano anche senza freddo

con una aritmia da alta marea con onde impetuose

che violente volevano bagnare anche il pensiero suo

quel timido ragazzo finì con il chiudersi dentro una corazza di mutismo

quando lei si fermò e china raccolse un suo guanto,

o forse era un fiore e lui invece rimase fermo,

aggrovigliato dentro la sua timidezza irta di spine.

Lei era bella, non poteva essere altra cosa, sembrava giocasse con le pose

a fare la sposa della luna che esaltava il suo bianco ed il suo rosso

e che le permetteva di proiettare i suoi occhi nel pozzo.

Sembrava davvero una ragazzina innocente di anni e di malizia.

Nulla dei suoi gesti l’associavano al peccato.

Tutti i sospetti da lei si allontanavano, come dal suo pozzo lo faceva la luna.

Il cuore del ragazzo, ora aperto come la rosa al suo scarabeo,

batteva allo stesso ritmo di quel incedere di tacchi silenziosi di lei.

Con postura da diva che per esperti non era certo camminata di vergine

con i veli sul volto, agitava i suoi fianchi che perfino il semaforo

interrompeva la sua alternanza di colori, stazionando sul rosso fisso.

Il ragazzo voleva, voleva cogliere quel fiore di miele

senza però carpirlo con violenza su quell’asfalto bollente più di lui.

Lei bella bambola col volto di donna innocente

mascherava la sua spregiudicatezza e con finto imbarazzo

nascondeva le gioie delle sue carni rosa.

Gioia più grande non poteva portare a quel ragazzo dai brufoli neri.

Con sguardo innocente celato da un corpo di donna formata

sfrondata resisteva al approccio visivo del ragazzo.

Ma la sua era solo arte!

Arte che quel tipo di donna ha imparato a recitare

nei teatri all’aperto o nei vicoli appartati di città che dormono.

Arte a comando disegnata anche nei cuori di sabbia

su bagnasciuga che ancora portano tracce

di castelli mai abitati da vere principesse!

Il ragazzo finalmente, sceso in strada, la raggiunse perché

si era fermata al semaforo ed aspettava il segnale di via.

Lui nel vederla da vicino si tinse di rosso e bruciava,

sentiva il cuore suo palpitare a ritmo di tamburi africani

ed i suoi pensieri in attesa che il semaforo cambiasse di colore

non volevano più tornare nella gabbia della sua mente

ma si tingevano di timidezza per quella folgorante visione.

Ma alla fine era solo un semaforo che adesso la teneva lì

in posa nella sua foto di istantanea compiaciuta.

Era bella come lo è un fiore nella sua aiuola che primeggia regina.

Era ferma e si poneva altera al posto giusto per guardare

negli occhi quel ragazzo impacciato, e lei da sola

quasi riusciva a regolare i colori del semaforo

per il transito di tutti i veicoli e per il viavai di passanti curiosi

che come se avessero lenti ad occhiali scuri, per non farsi notare

le stavano vicino ad ammirarla nel suo volteggiare da farfalla.

Lei aspettava disinvolta e maliziosa che la luce del semaforo

si facesse verde accesa per ricominciare ad ancheggiare

con cammino dal passo austero verso la sua ignota dimora.

Con borsa e tacchi a spillo come di vamp da rotocalchi

aspettava quel mutamento di colore che di sicuro

non era il rosso di quel ragazzo a tinte di fuoco.

Perché lui poverino, aveva luce rossa sempre accesa

come di un semaforo rotto da tempo.

Sempre impaziente e smaniosa quella bella signora

si guardava intorno con fare molto chic perché sapeva

che il vero regolatore del flusso del traffico era lei

che ipnotizzava tutto e tutti posavano lo sguardo

sul suo passo ancheggiante avanti e dietro nel suo spazio d’attesa.

In questo interminabile momento, il conflitto sulle decisioni da prendere

per il ragazzo diventava pressante e lui che con il cielo

era sempre in continuo ed eterno conflitto credeva di non farcela.

Si sa che in base ad una convenzione universalmente riconosciuta

dai maschi esperti, in quel preciso momento,

il ragazzo avrebbe potuto tentare di avvicinarla

con le luci del semaforo che avrebbero potuto avere qualunque colore.

Poteva uscire il rosso per indicargli di non osare

poteva uscire il verde per indurlo all’approccio,

poteva uscire il giallo per avvertirlo che doveva aspettare.

Quel ragazzo avrebbe voluto tentare un nobile gesto

per poter entrare nel suo palazzo di corte, non come un suo servo.

Le parole che però avrebbe voluto pronunciare

le si strozzarono in gola e si persero dietro il sipario della timidezza

e non ebbero più voce per gridarle il suo amore celato dai brufoli.

Il ragazzo avrebbe voluto rapirla come nelle favole

per fuggire con lei se solo avesse accettato il suo invito sconosciuto.

Sì quel ragazzo sconosciuto era pronto ad essere suo schiavo

ed anche suo cocchiere di carrozza pur non avendo destrieri.

Per tutto questo cosmo di effetti e sensazioni gli parve improbabile

che quella bella donna potesse andare con lui

tra meno di un istante, al mutare delle luci a tre colori

di quel semaforo che sembrava eternamente fermo.

Giurò a se stesso che con un po’più di coraggio

avrebbe potuto farla salire sul suo cocchio di sole gambe.

C’era però ancora il rosso per lui e la sua reticenza ad agire

poteva risultare deleteria per tentare l’agognata conquista.

Purtroppo non era come nelle favole a tinte rosa,

dove povere ragazze trovano facile principi con regni sicuri

che le conducono nel loro castello incantato

con carrozze di cavalli pennati per vivere una vita da sogno.

Sempre preso da una esitazione ormai cronica

il ragazzo ancora una volta ebbe impaccio per avvicinarla

perché colse un sorriso di lei che gli bucò la pelle .

Per quel malizioso sorriso quel ragazzo ebbe brividi alterni

come quelli procurati da sottili aghi conficcati nelle carni.

Era lei però, pur sempre una donna, sia pure di fascino,

ma una donna che ora era ferma a quel semaforo.

Forse se solo gli avesse concesso gesti e sguardi arditi

il ragazzo avrebbe potuto trovare quel coraggio che gli mancava.

Avrebbe mai comunque potuto regalarle un approdo sicuro?

Avrebbe magari potuto regalarle cofanetti pieni di ori e di carezze?

Purtroppo lui era principe povero e ricco di sole intenzioni.

Avrebbe mai potuto regalarle momenti clamorosi?

Era solo lui che in quell’attesa avrebbe dovuto leggere

le mosse di quella bella donna;

era solo lui che le doveva comprendere.

Ma quella donna avrebbe mai potuto domani innamorarsi di lui

principe senza ori e senza castello?

Ma quella donna si sarebbe mai potuta accontentare

di una vita grama che lui avrebbe potuto offrirle?

E di lui ancora, se fosse riuscito facile a guardarla come lo si fa con il sole

quando si portano lenti scure, avrebbe potuto alimentare la fiamma che già bruciava?

Preso da una infinità di dubbi, quel ragazzo invece di osare

tenne bassi gli occhi perché temeva che lei davvero

potesse guardarlo e fiera potesse ricambiargli lo sguardo

con un tacito assenso che poteva significare potenziale conquista.

Se fosse stato in quel momento il coraggio a lui favorevole

avrebbe potuto immortalare quell’istante

e forse l’avrebbe potuta avere anche subito.

Invece la sua timidezza gli imprigionò con catene tutti i pensieri

denudando la scorza di quel ragazzo affamato di desiderio.

Adesso e solo adesso, da uomo maturo,

ripassa nella mente quello stesso film,

girato a quell’ incrocio e lì in quello stesso semaforo

ora spento di luci e desideri ancora vede lei ferma in attesa.

Ancora immagina vederla passare sotto la sua finestra.

Ancora più vicina di prima la immagina nella sua intimità felice

pettinarsi i capelli dai fili d’oro e vestiti che si impigliano

sulle unghie rosse a punta, come spilli in uno specchio nano

che riflette la sua vanità di donna dai confini indefiniti

e dai sorrisi di cera porpora.

Ed è sempre così che oggi, quell’uomo ripensa

a quando era ragazzo ed a quella visione che rivive

ancora mille e mille volte nella ormai consumata scena

del principe povero e della regina di sogno.

L’incontro forse sarebbe potuto avvenire ma quale sarebbe stato

il prezzo da pagare?

Quale il finale di quel film, drammatico o divertente e spensierato?

Ora che non ha più brufoli sulla pelle ma qualche accenno di rughe

per lui quella donna rappresenta solo una immagine sbiadita

stampata in un ritratto appeso al suo lontano ricordo.

Il ricordo di una emozione provata da quel giovane ragazzo

in un incrocio con semaforo rosso che fermò l’incedere di lei.

Quell’uomo quando era ragazzo credeva poterla avere sempre;

Credeva di poterle donare scrigni di gioielli protetti.

Ma quella creatura misteriosa, dai capelli d’impasto d'oro

ormai era ferma nel quadro del suo immaginario dipinto.

Quella donna era ferma in un semaforo che non aprì mai al verde

ma che seguitò il suo lampeggio irritante prima di cambiare colore

per andare in arresto rosso e gelido, come lo fa un giovane seme

che per il freddo e l’incertezza del domani ha paura di crescere.

Ora quel ragazzo non c’è più: ha aperto gli occhi

e non naviga più il suo viaggio di fantasia,

anche se ancora sente dentro il gelo di quel momento

come lo sente lo stesso seme che senza lo stimolo di un clima caldo

ha paura di germogliare e di affacciarsi rigoglioso alla vita.

Ormai lui è grande ed ha perso i brufoli,

è diventato quercia stagionata: di annate fredde e di semafori rossi

ne ha vissuti tanti senza mai fare un bilancio tra torti e ragioni.

Oggi al colore della vergogna che gli fece vento in faccia

e che gli negò quello che aveva tanto desiderato fare

egli dice: grazie.

Al verde che ancora oggi lo stimola per tentare di avere una vera lei

adesso invoca quel coraggio per fargli cogliere un fiore autentico

su cui poter depositare attenzioni e regali,

non più in balia del suo trascorso incerto procedere

o del suo sguardo basso che ancora adesso respira cemento.

Quel ragazzo di allora, avrebbe certo oggi più coraggio

più spazio e più sorrisi, che gli sarebbero serviti

per pronunciare a lei quelle semplici parole : “Ciao”

esponendosi così al suo sorriso dal malizioso consenso!

Quel ragazzo allora pensò che se lei, per mera ipotesi

non avesse ritenuto sconveniente rispondergli per strada,

davvero avrebbe potuto camminare al suo fianco!

Magari avrebbe potuto decidere di correre con lui, chi può dirlo.

Uscire fuori città con carrozza dorata e con i suoi capelli d’oro filato

che solo il vento amico poteva accarezzare.

Quel ragazzo se solo fosse stato davvero così

l’avrebbe potuta invitare con fare deciso

a sedere lì di fianco del suo divano di morbida pelle invecchiata.

Magari anche lei avrebbe voluto desiderare un volo lontano!

Avrebbe voluto davvero cercare di fuggire via con lui

dalle sue incertezze e da una vita passata sotto i ponti.

Ma il dilemma che sempre assaliva quel ragazzo era :

avrebbe lei mai accettato di accompagnarsi a

sconosciuti in strade di alberi poco discreti e senza foglie?

Orail viaggio immaginario di allora è finito.

Ora quest’uomo maturo ripensa a lei e non crede più

che sarebbe potuta stare comoda lì vicino a lui

per bandire per sempre il rosso del diniego.

Allora quel ragazzo innocente credeva che

se lei fosse salita sul suo sogno,

tutto sarebbe potuto diventare musica

di note e canti ricolmi di suoni ad alto volume

dentro un letto dal facile scivolare distesi.

Quel ragazzo credeva che quella bella sconosciuta avrebbe potuto

alimentare il suo eterno sogno, nella sua modesta dimora di città

dove ancora oggi vive senza denari e fortune.

Per fortuna la sorte amica ha fermato

la sua impetuosa corsa per arrivare da lei.

Quel ragazzo ignaro avrebbe voluto che almeno lei

gli concedesse un incerto spicchio di sguardo.

Ma lei con finzione che si addice a mestieranti consumati

fece intendergli che voleva accogliere la sua istanza.

Infatti accompagnando con gli occhi i gesti di quel ragazzo

usò ad arte le sue armi di seduzione,

per dare una maschera alla sua triste condizione.

Così lei si cosparse di un velo di finto rossore,

mentre il viso ormai rosso del ragazzo

era solo intriso di desideri ad unico colore

che riempivano di sospiri il suo sguardo ormai perso.

Aveva finalmente vinta la sua timidezza per l'amore?

E dunque la sua delusione poteva essere sconfitta?

Quante volte prima di quel giorno quel ragazzo

aveva interrogato le carte;

come poteva capire e convincersi di dover insistere di più per averla?

Perché oggi quell’uomo nel raccontare quei trascorsi

non fa mistero che il suo obiettivo vero allora era un altro:

avrebbe voluto viaggiare in sintonia anche con il corpo di lei!

Forse in realtà voleva principalmente quello.

Cercava di dare ordine ai suoi impulsi

mentre la sua volontà era già proiettata verso altre mire

che di certo non andavano in direzione delle stelle.

A pensarci bene il suo vero fine non aveva un buon rapporto

con il romanticismo che intanto andava in conflitto con le pulsioni

sempre più aritmiche di quel giovane ragazzo.

Anche lo stesso suo cuore stava per stancarsi di battere a vuoto.

Quando il respiro si fece più profondo,

le parole che sarebbero dovute uscire allo scoperto

si rintanarono , ancora una volta, dietro una saliva piena di sale.

Tutto tornò buio e per fortuna lei non si accorse del suo impaccio.

Gli occhi di quel ragazzo si erano spenti anche del bagliore

di quel momento perché aveva capito che era terminata

la spinta del desiderio ed era iniziata quella dei silenzi

che gli facevano vedere solo nero.

Quel viaggio fantastico con lei nell’oblio e nell’incerto,

lo aveva condizionato a tal punto, che per molto tempo

non riuscì più a percorrere quella strada

fatta di apparente normalità di giorno

ma piena di traffico prezzolato e falò di notte!

Sempre rapito nel labirinto delle facili apparenze

il ragazzo avrebbe voluto dare un seguito a quel “Ciao”

chiedendole subito dopo : “come ti chiami”

ma non trovò mai il coraggio per farlo.

Fu questa la sua fortuna perché si sarebbe di certo sentito rispondere :

“ mi chiamo Dea e sono 100 rose rosse”.

Quello haimè era il prezzo da pagare

per le sue abituali e facili concessioni.

Nel mio immaginario voluto, davanti la finestra della mia abitazione,
alimentavo un pensiero costante : dovevo trovare il coraggio di avvicinarla!
Certo ci sarebbe voluto un inno alla fortuna che mi concedesse
il privilegio di poterla incontrare finalmente sola.
Quanto era bella! La vedevo ogni giorno passare, non prima di mezzogiorno
mentre io poverino ero intento a studiare su libri insulsi
cercando una concentrazione che solo lei riusciva a portarmi via!
Anelavo un suo sguardo, chiedevo al fato un regalo, l'occasione di un primo amore
che si potesse posare su di me come lo fa l’ usignolo sul ramo!
Volevo finalmente  imparare cosa fosse l'amore per capire perche il sole risplende!
Per questo invocai ad alta voce il cielo, che mi ascoltasse
fino ai confini della terra e d’ovunque vi fosse luce,
perchè mi sentivo cieco solo perché non aprivo gli occhi.
Volevo dare  spazio ai richiami del cuore ed alle pressanti voci dell’anima mia,
a tutti i rumori, perchè  incrociassi i suoi passi eleganti
che sorreggevano un corpo sinuoso in ogni movenza,
ogni tarda mattina sempre verso mezzogiorno e mai prima.
Si avrei voluto tanto il suo  amore, giuro che credevo sarei
riuscito a restare per sempre al suo fianco,
anche chino se era per ottenerlo, se era per difenderlo.
Credevo che dovevo avere solo molto coraggio
pazienza e coscienza  e nessun timore
che lei si potesse allontanare troppo presto da quel semaforo.
Certo signori miei, tutto  si svolse in prossimità di quelle alterne ed irritanti luci!
Finalmente un giorno, un giorno d’estate calda ed afosa,
quando anche i testi di storia dell’architettura
si stancarono di vedere su di loro il mio angustiato volto,
scesi in strada ed aspettai che lei arrivasse.
Certo che doveva arrivare!
Eccola è lei, camminai dietro di lei sempre tenendomi a tenuta distanza,
con l’emozione e la paura che mi facevano da spalla.
Che nessuno si fosse  provato ad infastidirla
a sfiorarla per distrarla dalle mie attenzioni!
Io signori miei, ignaro di tutto, ingenuo come solo la giovane età ti concede,
credevo l’avessi potuta convincere al mio amore.
Se così fosse stato l’avrei tenuta custodita in uno scrigno,
dentro il quale prelevare a sorsi il bisogno di poterla fruire.
Nessuno si sarebbe potuto permettere di aprirlo quello scrigno,
nemmeno per sbaglio,
nessuno avrebbe potuto  scoprire forzando i battenti,
il tesoro che compiaciuta lei sapeva di rappresentare.
Ma ditemi voi : sarei stato mai  capace di riuscire a farmi amare?
Dubbio che mi assaliva pressante ma che mi aiutava nel continuare
ad avere fiducia e speranza di poterci provare.
Si signori ho sperato che lei si potesse voltare indietro per accorgersi di me,
abbandonando lo sciame di api che sempre le ronzavano attorno.
Avrei io potuto mai ottenere una sua attenzione?
Con volto e mani  sudate di emozione,
gambe che tremavano senza freddo
con una  aritmia da alta marea con onde paffute
che impazienti volevano bagnare anche il pensiero mio
finii con il chiudermi dentro una corazza di mutismo
quando lei si fermò e china raccolse un guanto,
o forse era un fiore ed io invece rimasi fermo, aggrovigliato
dentro la mia timidezza irta di spine.
Lei era lei, non poteva essere altra figura, sembrava giocasse con le pose
a fare la sposa con la luna che esaltava il suo bianco ed il suo rosso
e che non si permetteva  di proiettare i suoi occhi nel pozzo.
Sembrava una ragazzina innocente di anni e di malizia.
Nulla la associava al peccato.
Tutti i sospetti da lei  si allontanavano, come dal suo pozzo lo faceva la luna.
Il mio cuore, aperto come la rosa al suo scarabeo, la cercava
in quel incedere di tacchi silenziosi e postura da diva
che per un esperto non era certo la camminata di una vergine con i veli sul volto.
Volevo, volevo cogliere quel fiore di miele
senza però carpirlo con violenza su quell’asfalto bollente più di me.
Col volto di donna innocente mascherava la sua spregiudicatezza
e con apparente imbarazzo nascondeva le gioie delle sue carni rosa.
Gioia più grande non poteva portare a questo ragazzo dai brufoli neri.
Con sguardo innocente celato da in un corpo di donna formata
affannosa resisteva al mio approccio visivo, ma era solo arte
arte che tutte le donne hanno imparato a recitare
nei teatri all’aperto e perfino nei cuori di sabbia,
disegnati su bagnasciuga che ancora portano tracce
di castelli mai varcati da principesse!
Quando finalmente la raggiunsi era ferma al semaforo ed aspettava il segnale.
Io nel vederla mi tinsi di rosso e bruciavo,
sentivo il cuore fragile palpitare d’arancio
ed i pensieri in attesa che il semaforo cambiasse il colore
non volarono più nella gabbia della mente ma si strinsero
in un abbraccio di sola esultanza per quella folgorante visione.
Ma purtroppo era solo un semaforo quello che adesso la teneva ferma
alla mia foto di istantanea compiaciuta.
Era bella come lo è un fiore nella sua aiuola che primeggia regina.
Era ferma e si poneva altera al posto giusto in corrispondenza
del mio stare che quasi riusciva da sola a regolare il transito di tutto veicoli
e quello dei passanti curiosi che avevano lenti ad occhiali scuri
pur di starle vicini ad ammirarla nel suo volteggiare da farfalla.
Lei aspettava disinvolta e maliziosa che la luce del semaforo
si facesse verde accesa
che le consentisse l'attraversamento della strada verso la sua meta
da borsa e tacchi da vamp che di sicuro non era la stessa mia.
Io avevo luce rossa sempre accesa come di un semaforo rotto da tempo.
Lei si guardava intorno con fare troppo chic perché sapeva
che il vero regolatore di flusso era lei che si spingeva impudente
fin troppo dentro la corsia, dando la precedenza solo
al suo passo ancheggiante sotto e sopra del suo spazio d’attesa.
In questo interminabile mio conflitto sulle decisioni da prendere
io che con il cielo ero continuamente in aperto conflitto ed anche
in base ad una convenzione universalmente riconosciuta
dai maschi esperti,  in quel preciso momento, avrei potuto tentare di avvicinarla
con le luci del semaforo che avrebbero potuto avere qualunque colore,
sia rosso per indicarmi di non osare, sia verde per indurmi alla seduzione
e sia giallo per preavvertire l'imminenza di un nuovo fermo.
Sarebbe potuto essere comunque un arguto nobile tentativo
di poter entrare nel suo palazzo di corte, non come un suo servo.
Le parole che però le avrei voluto pronunciare
si  strozzarono in gola e si persero dietro il sipario della timidezza
e non ebbero più voce per gridare
il  forte desiderio di volerla rapire di favola e partire con lei
se solo avesse accettato l’invito da uno sconosciuto.
Io sconosciuto pronto ad essere suo schiavo e cocchiere di carrozza
e destrieri mai posseduti.
Per tutto questo cosmo di effetti e sensazioni  mi parve improbabile
che lei potesse venire con me tra meno di un istante
al mutare delle luci a tre colori di quel palo anch’esso fermo.
Giuro che a quel punto non pensai nemmeno per un attimo
che io potessi farla salire facilmente sul mi cocchio di sole gambe.
C’era ancora il rosso, la sua reticenza sarebbe stata evidente
non era come nelle favole di fate con carrozze di cavalli pennati
e castello di regina in cerca di principe di regno sicuro e di partito.
Il suo sorriso mi bucò la pelle come brividi procurati di sottili aghi conficcati.
Era lei pur sempre una donna di fascino che ammaliava, solo che ora
era su una zebra ferma e se mi avesse concesso gesti e passi arditi
avrebbe poi magari potuto desiderare da me un approdo di ritorno sicuro,
cofanetti pieni di ori e di carezze, ma io ero principe di sole intenzioni e
non avrei mai potuto negarmi a lei in un momento così clamoroso.
Ero io che in quell’attesa avrei dovuto leggere le sue mosse, io le dovevo capire.
Avrebbe mai potuto lei domani innamorarsi di me, servo senza castello?
Della vita grama che le avrei potuto offrire priva di ori e di metalli?
E di me ancora, se fossi riuscito facile a guardarla come faccio con il sole
quando ho lenti scure, avrei potuto alimentare la fiamma che già bruciava?
No signori: io tenni bassi gli occhi al freno perché temevo che lei davvero
potesse guardarmi e fiera potesse ricambiare lo sguardo con un tacito assenso.
Se fosse stato in quel momento il coraggio a me favorevole
lo avrei potuto immortalare e forse l’avrei potuta avere anche subito.
Invece la mia timidezza imprigionò con catene tutti i miei pensieri
deluso e denudato la scorza di quel ragazzo affamato di desiderio.
Adesso, solo adesso ripasso nella mente quello stesso film,
girato a quell’ incrocio e lì in quello stesso semaforo ora spento di luci e desideri
ancora la vedo ferma, ancora immagino vederla passare  sotto la mia finestra.
Ancora più vicina di prima la immagino nella sua intimità felice
pettinarsi i  capelli d’oro come fili  di vestiti che s’impigliano
alle unghie rosse a punta, come spilli in uno specchio nano che
riflettere la sua vanità di donna dai confini indefiniti e dai sorrisi di cera.
Ed è sempre così che ancora oggi la penso ancora mille e mille volte
nella obsoleta scena del principe povero e della regina di sogno.
L’incontro forse sarebbe potuto avvenire ma quale era il prezzo da pagare?
Quale il finale del film, drammatico o divertente e spensierato?
Ora lei è solo immagine sbiadita stampata in un ritratto
appeso al mio lontano ricordo.
Quello di una emozione provata in un incrocio con semaforo
che fermò l’incedere altezzoso di lei
che credevo fosse scrigno di gioiello protetto
creatura dall’impasto d'oro ferma nel quadro del mio immaginario dipinto.
Ferma in un semaforo che non aprì mai al verde colore
ma che seguitò il suo lampeggio irritante prima di cambiare mossa
per andare in arresto rosso e gelido, come lo feci io giovane seme
che per il freddo e l’incertezza del domani ebbe paura di crescere.
Ora che ho aperto gli occhi e che non navigo più il mio viaggio in fantasia,
ancora sento quel gelo come di quello stesso seme che senza lo stimolo di un clima
caldo ha paura di germogliare e di affacciarsi rigoglioso alla vita.
Ormai io sono quercia stagionata e di annate fredde e semafori rossi
ne ho vissuti tanti senza mai fare un bilancio tra torti e ragioni.
Oggi al colore della vergogna che mi fece vento in faccia
e che mi negò quello che avevo tanto desiderato fare
dico : grazie.
Al verde che ancora oggi mi stimola per tentare di avere una vera lei
adesso invoco : dammi quel coraggio ora, fammi cogliere un fiore autentico
su cui vorrei depositare attenzioni e regali, non più in balia
del mio solito incerto procedere o della fastidiosa volubilità
del mio sguardo basso che ancora adesso lampeggia arancione.
Lei signori, è sempre di lei che parliamo, era ferma in attesa,
in attesa di pronunce che solo oggi so bene interpretare
ma che allora seppi leggere come semaforo verde per me.
Avrei certo oggi spazio e strada di sorrisi, risa e grida che allora
mi sarebbero serviti per capire che pronunciando a lei quelle parole :
“Ciao” mi esposi al suo  sorriso del malizioso consenso!
Credetti allora che se lei, per mera ipotesi non avesse ritenuto sconveniente
rispondermi per strada, davvero avrebbe potuto camminare al mio fianco!
Magari avrebbe potuto decidere di correre con me, chi può dirlo,
fuori città con i capelli d’oro filato e solo dal vento amico accarezzati.
Io se solo fosse stato davvero così, l’avrei potuta invitare con fare deciso
a sedere qui di fianco del mio divano di morbida pelle invecchiata.
Magari anche lei avrebbe voluto prendere un volo lontano!
Avrebbe voluto davvero desiderare fuggire via
con me dalle sue incertezze passate!
Ma il dilemma che sempre mi assale è questo:
avrebbe lei mai accettato ad accompagnarsi a
sconosciuti in strade di alberi poco discreti e senza foglie?
Ora vorrei che nel mio viaggio immaginario dove ancora
ripenso a lei e la vedo diversa seduta comoda qui vicino a me
per bandire per sempre il rosso del diniego.
Innocente credevo che se lei fosse salita sul mio sogno,
tutto sarebbe potuto diventare musica
di note e canti ricolmi di suoni ad alto volume dentro
un letto dal facile scivolare distesi.
Credevo che quella bella sconosciuta avrebbe potuto
alimentare il mio eterno sogno, nella mia modesta dimora di città
dove ancora vivo senza denari e fortune,
dove da sempre scorre il fiume Pescara mio amico
che discreto avanza silenzioso dentro un letto di desideri in fermento
per il traffico di quelli che vanno ad interrogare le stelle.
Fiume amico mio a cui, pur di avere lei, avrei voluto fermare
la sua impetuosa corsa per farlo arrivare alla pari con me a bagnarsi,
nel mare e non tra le lacrime!
Ma voi adesso vi domanderete : ma allora come finisce la storia?
C’è una morale o cosa?
…….con finzione che si addice a mestieranti consumati
trovai  in prestito il coraggio e lei che sembrava volesse accogliere
la mia istanza, mi  concesse  un incerto spicchio di sguardo,
accompagnando  con gli occhi i suoi gesti
che usò ad arte  per dare una maschera alla mia vergogna.
Lei si cosparse di un velo di silenzio, mentre il mio viso ormai rosso
era solo intriso di desideri ad unico colore
che riempivano di sospiri il mio sguardo ormai perso.
Avevo ormai trovato e vinta la mia timidezza per l'amore?
E dunque perché la mia delusione non trovò riparo?
Quante volte prima di quel giorno interrogai le carte
come potevo capire e  convincermi di  dover insistere di più per averla?
Perché oggi non faccio mistero che il mio obiettivo vero allora  era un altro:
avrei voluto viaggiare in sintonia anche con il suo corpo!
Forse  in realtà volevo principalmente quello.
Cercavo di dare ordine ai miei impulsi
mentre la mia volontà era già proiettata verso altre mire
che di certo non andavano in direzione delle stelle.

A pensarci bene Il mio vero fine  non aveva un buon rapporto con il romanticismo
che intanto confliggeva con le pulsioni sempre più aritmiche
che anche lo stesso mio cuore stava per stancarsi di sostenere.
Quando il respiro si fece più profondo,
le parole che avrebbero dovute uscire allo scoperto
si rintanarono purtroppo, ancora una volta, dietro una saliva piena di sale.
Tutto tornò buio e per fortuna lei non si accorse
delle mie impacciate mosse.
I miei occhi si erano spenti anche del bagliore
che in quel momento era diventato assente
quando avevano  capito che era terminata la spinta del desiderio
ed era iniziata quella dei silenzi che mi facevano vedere solo nero.
Quel viaggio fantastico con lei  nell’oblio e nell’incerto,
mi trasportò a tal punto, da non riuscire più per troppo tempo,
a percorrere quella strada fatta di  apparente normalità  di giorno
ma piena di traffico occulto e di falò di notte!
Sempre rapito nel labirinto delle facili apparenze
quando finalmente dopo il mio iniziale “ciao”
trovai il coraggio per riuscire anche a dirle  : “ come ti chiami?”
Lei con un sorriso sulle labbra mi rispose : “sono 100 rose rosse”
da offrire a lei per le sue facili e prezzolate concessioni.


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