LA  MIA  VITA  SI  E’  FERMATA  E  NESSUNO  SE  N’ E’  ACCORTO

Che bel regalo inatteso

 “Questo potrebbe complicarci un po’ la vita, disse il Prof. Cavi, responsabile del reparto di neurologiadell’ospedale S.G.B., esaminando gli esiti degli esami. Vada tranquillo in vacanza, al ritorno ci riaggiorneremo, vedremo cosa fare.”

Era la fine del mese di luglio dell’anno ’05, erano le 3 del pomeriggio, ero con mia moglie.

Non sapevo esattamente cosa mi sarebbe capitato, ma dalle sue parole avvertivo che la mia vita era giunta ad una svolta, ad un cambiamento importante.

Le ferie estive fungevano da materassino, in questo periodo era vietato pensare in modo diverso da quello che il momento richiedeva.

Salutai Mery, salii in auto e mi diressi verso Mi. Il traffico a quell’ora era scorrevole, mi concentrai sul lavoro: avevo un appuntamento importante con una persona importante.

Piazza Duomo era gremita di gente, il sole batteva a picco su di noi, il termometro segnava 30°.

L’ing. Asme, come sempre impeccabile, era in giacca e cravatta; ci salutammo con un cenno di mano e seduti all’ombra dei portici sorseggiammo una fresca bibita.

“La vs. offerta è molto interessante, ed avendo escluso l’impresa che ha presentato uno sconto altissimo, voi siete in verifica, ma penso non ci siano problemi nell’assegnarvi il lavoro disse guardandomi negli occhi. Tenni lo sguardo e gli domandai per le tempistiche di aggiudicazione.

“lasciamo passare agosto, dopo le ferie la chiamo, non abbia fretta, tranquillizzi i suoi, io voglio darvi questo lavoro”.

Si parlava di 12 mil. di euro, nuova costruzione a Mi.

Tutto dopo il cuscinetto vacanze.

Non sapevo cos’era più importante per me: il Prof.  Cavi  o l’ing. Asme.

Ci salutammo con una stretta di mano e lui, da buon siciliano, mi diede una pacca sulla spalla, come per tranquillizzarmi, mi guardò e mi augurò tanta felicità a me e famiglia. Gli lessi negli sfuggenti occhi chiari una nota di comprensione, come se avesse letto nei miei pensieri il tormento che mi assillava.

“Vedrà, tutto andrà per il meglio, non ci pensi molto, si goda le ferie”. Si mescolò tra la folla fino a scomparire dalla mia vista.

Il mio ufficio era grande, con una scrivania in cristallo e mobiletti bassi in legno scuro. Lucia bussò ed entrò con un pacchetto di documenti da firmare e la lista delle chiamate. L’avevamo assunta da poco come centralinista, era brava e precisa, forse un tantino insistente.

“Com’è andata? disse Lanfranchi entrando nel mio ufficio. Era il mio socio, nonchè diretto superiore, il capo di tutti lì dentro. Con lui e con Mario avevamo costituito l’Immo s.p.a. tre anni prima. Avevamo rischiato con un finanziamento del dr. Berri, ma in pochi anni eravamo già in attivo.Eravamo contenti;avevamo assunto tecnici e amministrativi,eravamo circa in trenta.

“Bene” gli risposi, mentre Lucia se ne andava con tutto il suo pacco di fogli. Gli spiegai dell’incontro con l’ing. Asme, ma non gli dissi niente della mia visita col Prof. Cavi.

Da allora tengo tutto dentro di me.

“una voce fuori campo mi avverte di stare sereno, di pensare positivo. Mi dice che le scelte fatte sono giuste, di proseguire così, di avere tanta fiducia nelle mie forze Non ho mai avuto veri amici!. Ho sempre pensato che io ero il mio migliore amico:mi parlavo,mi sottoponevo problemi e mi rispondevo come se in me ci fossero due Giorgio.”

Era i primi di ottobre, quando mi alzai dal letto al mattino e le mie gambe si bloccarono a terra come due pezzi di legno, non riuscivo a muovermi, però barcollavo.

La decisione di farmi vedere al pronto soccorso, l’attesa inevitabile di ore, il miglioramento momentaneo, la visita e il medico che decide per il ricovero. Il rifiuto spontaneo e in tre minuti la scelta di restare o andare…….sa ci sono altri pazienti….però lei è urgente..…decida subito.

Come sto??? ....E’ tutto sotto controllo….proseguiamo con gli esami……ma cos’è sotto controllo???

Finchè l’esito dell’ultimo esame dà la sentenza…parlano con termini a me sconosciuti,richiedo alla dottoressa di parlare in privato col neurologo…ok si può …attenda.Lei ha una patologia demielinizzante, detta sclerosi multipla, la dimettiamo, le faremo 5 giorni di cortisone e poi starà in piedi,..potrà andare anche a lavorare..se vicino e lavoro sedentario…peccato che il mio lavoro è tutto l’opposto.Si abituerà a conviverci,vedrà bisogna solo farsene una ragione.Sono passati 9  anni ed io di ragioni non me ne sono fatte ancora.

Il lavoro procedeva bene; ero a GE e telefonicamente in contatto con l’ing. Asme che mi assicurò quanto anticipatomi: ero orgoglioso di quel lavoro e tutti in ufficio fecero festa.

Avevo 52 anni e molta forza dentro di me: non accusavo la stanchezza; in famiglia tutto procedeva bene: con mia moglie prendavamo ogni tanto una dovuta settimana di relax in qualche paese caldo, Gabriele e Fortunato due splendidi figli sapevano il fatto loro ed erano in grado di autogestirsi al meglio. Tutto era bello.se non fosse per le mie gambe che ogni tanto sbandavano e non mi reggevano, ma andavo avanti: ogni mattina alle 6.30 uscivo di casa e rientravo alle 20 od oltre. Finchè un giorno scivolai in cantiere e con una scusa presi tempo e ritornai a casa. Steso sul letto pensai e capii che non potevo più prendermi in giro. Dovevo prendere una decisione.

Spesso andavamo in ferie con Lanfranchi, la meta preferita era Formentera, un’isola incantevole, ricca di sapori unici; anche Romina ci è andata quest’anno col suo moroso Damiano e sua madre: è tornata entusiasta.

Il cell. squillava sempre e, sotto l’ombrellone, dettavamo alla ns. segretaria risposte a lettere da inviare subito. Il lavoro non ci lasciava tregua, ma mi piaceva, mi sentivo attivo e quegli intermezzi mi davano la giusta adrenalina per proseguire.

Lanfranchi era una persona dalle mille idee, a volte faticavo a seguirlo, ma era un ottimo tecnico e riusciva sempre a trovare il sistema per uscire dalle situazioni più complicate. Però, prima di procedere, chiedeva sempre il mio parere, ed allora si discuteva per ore ed ore su come agire, cosa fare, cosa era meglio per la nostra società.

E’ lui, che, alla fine ho preso come capo espiatorio. Da allora non l’ ho più visto e neanche sentito.Mi dispiace molto.

La mia vita ormai aveva preso un’altra strada.

Lasciai la società, chiusi con tutto e tutti, mi lasciai in malo modo.Sapevo che qualcuno dietro le quinte mi accusava e mi salutava a stento,ditandomi come un disfattista. Da allora non lavoro più in modo continuativo, anzi per lunghi periodi non lavoro proprio. Come sto??La mia patologia prosegue imperterrita e mi impegna sempre di più con esami clinici, visite in reparto e cicli di fisioterapia. Non si è fermata alle gambe, ma come un mantello trasparente, mi ha avvolto fino a farmi sentire un peso. Non è bello per me, mi sento sempre più chiudere in me stesso: ho dato tanto, ho avuto tanto eppure ora sono solo ricordi e per me non è sufficiente,anzi deleterio.Non comunicavo più con nessuno,l’unico mio sfogo era lei, Emma la mia psicologa on line.

Lei : la psico

Emma  ha la mia stessa patologia, vive vicino a FI e presta la sua professionalità, tramite un sito internet dedicato agli sclerati, rispondendo a tutti coloro che hanno bisogno di una parola. E’ sempre molto disponibile; è una psicologa agguerrita, schietta e ha idee ben precise sulla ns. patologia: non piange sul latte versato, guarda avanti e lavora per il futuro seguendo guide al di fuori della tradizionale medicina. I fattori esterni e la nostra mente possono influire molto sulla ns. patologia. Ha gli strumenti adatti per poter aiutare; le  sue parole colpiscono nel segno e a volte possono infastidire,ma se ci pensi….vedi più chiaro.

Ogni tanto, quando posso, anche se ha lasciato il sito per suoi personali motivi, le scrivo ancora: mi dispiace per il suo momento di poca salute, ma sono sicuro che ne uscirà.

Voglio riportare la mia prima mail inviata a Emma e la sua risposta; risalgono al settembre ‘08, anno in cui la mia patologia si è fatta sentire un po’ di più e mi ha costretto ad ulteriori decisioni

Carissima ti scrivo perché sono …alla frutta….

Sono G. ho 55 anni e ho sm rr dal 2005.

Solite cure, 1 anno avonex, sospeso, attualmente copaxone.

Mery  mia moglie e due figli maschi di 26 e 17 anni

Sono D.T. azienda edile, da 30 anni giro per cantieri e lavoro in ufficio.

Abito vicino Mo….a. Sede società a 130 km. da casa con autostrada A...

Non riesco più a lavorare, le mie gambe e l’equilibrio sono precari.

Sono a casa da 15 gg.

Non so come comportarmi: se mollo rimango senza lavoro, con tutte le conseguenze di ogni ordine.

Continuo la malattia? Non è nel mio stile: lo ritengo un comportamento passivo.

Alla mia età nessuno più mi assume.

Ho fatto domanda di invalidità, mi danno risposta entro metà ottobre.

Il fatto è che non sopporto e mi pesa tantissimo che al mattino prima delle 8 siano tutti usciti di casa e io qui da solo; io abituato ad alzarmi alle 6 ed essere attivo sui cantieri o ufficio prima delle 8.

Non accetto.

So che non è un periodo limitato e non riesco a darmi degli obiettivi futuri.

I miei pensieri si accavallano: sono un padre e i miei figli prendono esempio anche da me (ma cosa posso insegnare al di la delle parole o dei ricordi?);sono un padre e devo portare avanti la società famiglia (come?);sono un marito e mia moglie sta vivendo questa situazione con grande forza e coraggio (ma fin quando?);sono un uomo ed ho un orgoglio personale(ho sempre trattato con persone che mi rispettavano per le mie capacità lavorative e le mie doti morali(se mollo con una telefonata io sono al palo e nessuno mi cercherà più).

Non riesco a gestire questa situazione. Sento che mi sta prevaricando.

Cerco degli interessi alternativi, ma il mio pensiero è sempre là.

La mia malattia non è solo nelle gambe, ma mi sta avvolgendo con un manto trasparente.

Non accetto.

Devo ribellarmi.

Grazie.

Caro G ,
la tua lettera mi ha commosso per la profondità con cui ti sei aperto.
Comprendo il tuo stato morale, che diviene, infine, esistenziale.
Questo tuo sentire, non è dettato solamente dall'orgoglio da uomo. Anche se tu fossi donna, ti assicuro, sarebbe uguale, in intensità.
Ognuno la vive in modo personale. Non c’è una storia paragonabile ad un'altra, anche se, purtroppo, ci si confronta su un piano comune, fra tutti coloro che condividono questo tipo di diagnosi o simile.
A distanza non posso fare molto per te, perchè, come sempre specifico, per iscritto non sarebbe nemmeno corretto dare indicazioni terapeutiche,per quanto mi riguarda.
Posso dirti però che io credo che la malattia è anche un messaggio esistenziale.Perciò,ti invito a pensare,quale è il significato profondo che questa diagnosi forse ha avuto per te.Cioè,prova intanto a pensare prima del 2005,in cui sono insorti i primi sintomi,cosa ti è successo nella tua vita.Qualcosa che ti ha portato a sentire la terra mancarti sotto i piedi?Instabilità?decisioni non prese?sovraffaticato da qualcosa come un peso?Tu dici di non voler mollare e voler andare avanti.capisco.ma c’è qualcosa sotto sotto che invece vorresti rallentare?
potressti dare un occhiata al sito www.b.........d.eu
trovi delle idee per lavorare su di te,non solo sulla malattia in se,ma su tutto il resto che ti attornia come un manto invisibile.forse tutto parte da li e non da ciò che l ha "causato".
ti abbraccio.
P.S: forse i tuoi figli e tua moglie "sopporteranno" e accetteranno all infinito,per l’ amore che hanno per te,ma sei tu che giustamente devi vivere serenamente per primo.Non devi accettare infatti,questo è passivita,per me,dovresti invece mutare qualcosa nella tua vita e ritrovare serenità,anche con la s.m,che puo darsi,migliori.non saresti il primo sai?
Cari saluti giorgio.

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       Psicologa

E’ sempre stata un punto di riferimento, forse, a volte ho un tantino esagerato nello scriverle,ma lei mi ha sempre dato retta e più di una volta,metaforicamente, mi ha dato un “bel calcio nel culo”.

Sì è così, questa è Emma!!

 

I miei genitori e i miei fratelli

Mio papà era maestro elementare, consigliere comunale e per molti compaesani “il maestro” a cui rivolgersi per una raccomandazione di lavoro (Autobianchi, Pirelli,ecc.).Vivevamo all’interno della scuola;il nostro appartamentino era al 1° ed ultimo  piano dell’edificio.

Se aprivo la porta di casa ero in corridoio, se ne aprivo un’altra ero nell’aula. Non potevo inventare scuse; controllo a 360° anche se allora non ce n’era bisogno.

Era un uomo alto circa 1,80, fronte alta ,  capelli pettinati indietro, un po’ brizzolati.

Era, come si diceva, un uomo tutto d’un pezzo, ben visto dai cittadini e valutato perché metteva a disposizione il suo tempo libero per risolvere le cause che affliggevano il paese.

Con don Sormani (allora parroco del paese) si impegnò in prima persona e riuscì a coinvolgere i politici finchè ottenne il permesso di costruire un nuovo pozzo per l’acqua. La stampa, i fotografi, arrivarono in massa quando dalla trivella s’ innalzò impetuoso il primo getto d’acqua. Fu un successo,un evento indimenticabile di grandissima utilità.

Oggi qualcuno critica l’operato, ma col senno di poi, ognuno tira fuori dalla propria tasca soluzioni alternative lapidarie che , scusate, fanno acqua da tutte le parti!

La Scuola elementare del mio paese venne dedicata a mio padre. Fu una cerimonia in grande stile. Dalla chiesa il corteo si diresse alle scuole, c’era parecchia gente ed anche autorità del comune. Il busto in bronzo venne scoperto da noi tre figli, io lessi il discorso di ringraziamento:BUONGIORNO A TUTTI.MIO PADRE (NOSTRO PADRE) E’ PiU’ CHE MAI QUI CON TUTTI NOI OGGI PER VIVERE QUESTA CELEBRAZIONE. AL VERO, PENSO CHE NON ABBIA MAI LASCIATO QUESTA SCUOLA DOVE HA ABITATO ED INSEGNATO A PARECCHI BAMBINI. NOI FIGLI, AL DI LA’ DEI RICORDI DI TUTTO QUELLO CHE HA FATTO PER LA COMUNITA’ DI S. BERNARDO, SENTIAMO DI ESPRIMERE QUEL VALORE CHE E’ STATO L’INDIRIZZO DELLA SUA VITA, IL PUNTO FERMO E LA FORZA TRAINANTE SU CUI COSTRUIRE TUTTO: “LA FAMIGLIA”.NOI FIGLI, DAVANTI A QUESTO BASSORILIEVO ESPRIMIAMO UN FORTE RINGRAZIAMENTO A NOSTRO PADRE ED A NOSTRA MADRE PER AVERCI INSEGNATO A VALORIZZARE LA VITA NEL SUO SIGNIFICATO PIU’ PROFONDO.RIGRAZIAMO TUTTI I PRESENTI, SOPRATTUTTO COLORO CHE SI SONO IMPEGNATI E CHE HANNO CONTRIBUITO ALLA RIUSCITA DI QUESTA FESTA.

Mia madre, una forte donnetta di origini pugliesi. Aveva 14 anni quando lei e la sua famiglia arrivarono a Milano.Da allora non è più tornata al suo paesello,però ci raccontava sempre, più con gli occhi che le labbra, delle distese di campi,degli uliveti,dei vigneti,delle  alzate al mattino presto per andare in campagna a lavorare fin che il sole non le cuoceva la testa. Trovò impiego alla SIP,poi Stipel,oggi Telecom.Era un’impiegata amministrativa e stava anche allo sportello.Da casa nostra prendeva il pulman all’incrocio del bar del Laky o sul provinciale,difronte all’osteria nuova.Nell’ambiente di lavoro era ben vista,perché precisa ed onesta con tutti.Il rag.Allegri,suo ultimo capo,la propose per la medaglia di riconoscimento.C’eravamo tutti,papà, io e i miei fratelli.Ci accompagnò in auto il ragioniere,perché nessuno aveva la patente,né tantomeno l’auto.Fu una cerimonia emozionante:quando chiamarono sul palco mia mamma,lei si emozionò e le scesero due lacrimucce.Era una spilletta d’oro,gliela fissarono al collo della giacca blù (l’unica che aveva).  Intanto negli anni precedenti eravamo nati noi: Carluccio, Alberto ed io Giorgio. Aveva perso la prima figlia, Gabriella, nata e vissuta il tempo di sentire l’aria che la circondava. Carluccio, preciso e meticoloso, era il cassiere di tutti noi figli.Da lui bisognava passare per avere due spiccioli per le figurine,le biglie o un cono gelato dell’ambulante Luciano.Oggi è in pensione.Laureato in ingegneria elettronica,ha sempre seguito le orme di papà insegnando al liceo navale di Genova, dove vive, felicemente sposato con Manu, con la figlia Marghe e Haiscia, voluta ed entrata nella loro famiglia in adozione  da ormai un decennio.A loro ho detto di me solo poco tempo fa:non volevo preoccuparli più di tanto,ma le mie continue assenze dalla loro casa ed il progredire della patologia mi hanno obbligato a dire la verità,e non più giustificazioni momentanee che al massimo potevano durare un giorno. Quel pomeriggio, Carluccio si commosse; ed io volutamente baipassai velocemente i lati negativi e gli prospettai un futuro con solo qualche piccolo fastidioso acciacco. Da allora non ne abbiamo più parlato. E’ così che funziona, a tutti i livelli: ognuno ha il suo grande problema, ed io sono un momentaneo intruso improduttivo e pure sfigato che non deve creare ulteriori problemi.  Alberto, il girovagho. Non è mai stato capace di stare fermo. Era la mente estroversa della famiglia. Tutto ciò che accadeva al di fuori della normalità famigliare si verificava perché c’era il suo zampino.Da lui ho imparato molto,soprattutto il dire le cose essenziali e il tacere,per il quieto vivere,le vicende personali. Il cortile della scuola era cintato da un alto muro in mattoni,in parte intonanacati,dove d’estate facevano capolino al sole le lucertole.La nostra attività era quella di catturarle vive,metterle in una bottiglietta di ex gassosa,riempirla d’acqua e rovesciarle per terra.Il più delle volte uscivano tramortite e spaesate e,correndo nei cespugli d’erba,si nascondevano alle nostre male intenzioni.Con Alberto e amici era ormai un gioco quotidiano,tantè che le lucertole erano sempre meno e, quelle poverette prese, facevano una brutta fine. Ora Alberto si reca spesso al nord europa(norvegia,scandinavia,…)dove ha più che clienti,amici che comprano le piastrelle di Sassulo.Sì lui vende e lo ha sempre fatto in giro per il mondo con ottimi risultati,le piastrelle italiane.A lui ho detto di me nel mese di giugno 012.Era mezzo preparato perché mi vedeva un po’ zoppicare,anche se io dicevo che era un problema di schiena e che la fisioterapia mi avrebbe messo a posto.Si è subito interessato alla mia patologia, mi ha dato indirizzi di centri all’estero.A lui pareva che subivo e non mi interessavo abbastanza.Atteggiamento tipico di chi si approccia ex novo alla patalogia;ma col tempo ha capito che io seguo tutto,che ho sbattuto la testa in più centri specializzati e che nessuno mi ha dato di più di quello che già avevo.Non esistono cure risolutive.Tutto ciò che si fa è per mantenere la patologia a livelli accettabili,non bisogna peggiorare.L’essere ancora indipendente è un traguardo non da poco.Il giorno in cui non dovrei più esserlo perderei la mia dignità e francamente non so come reagirei.

Quando ero piccolo, passavo l’inverno a Bordighera, quella alta, in colonia. Bellosquardo (laica) o Santa Rosa (cattolica). Soffrivo di asma bronchiale e per tre mesi, da ottobre a dicembre, svernavo all’aria salubre ligure.

Avevo 5 o 6 anni e frequentavo l’asilo o le elementari.Lì ho imparato a giocare a biglie e a figurine.Le lotte con i “coloniali” erano un dopo-scuola avvincente ed interminabile.Solo il battimani della suora e i contiui richiami interrompevano le dispute.La sera ci toccavano prima  la doccia poi le preghiere, e,di notte,quando il forte vento sbatteva le persiane dello stanzone dormitorio,mi ranicchiavo sotto le coperte,tappavo le orecchie e pensavo a mia mamma e mio papà che ogni domenica venivano a trovarmi e mi portavano buoni dolci.Si mangiava la focaccia e la pizza del negozietto della piazza.Era festa.Fino alla sera,dopo aver visitato la chiesetta di Sant’Ampelio,si rideva e si correva a  cercare pinoli.Poi il treno chiudeva tutto ed io tornavo nello stanzone a sognare.

Tutto sommato, quando ci penso, affiora in me un ricordo malinconico. Vedo quei periodi patinati, anche se riconosco gli sforzi economici dei miei che seguendo le indicazioni del dott. Bargellini, sono riusciti a farmi guarire.

Ed anche oggi, che siamo tutti e tre in età non più giovane, abbiamo quel distaccato rispetto che non necessita di molte spiegazioni o plateali dimostrazioni di attaccamento: ciò che ci unisce è la certezza di essere uniti.

Ognuno vive la propria vita e tutti sappiamo le difficoltà di ognuno.

L’ombra della mia patologia precede ogni mio instabile passo ed a volte, anche se lo spirito la ignora, devo adeguarmi alla sua volontà, rispettare i suoi tempi, riorganizzare ed adeguare all’istante le mie aspettative. E’ difficile prendere impegni a lungo termine, rischio di fare solo figuracce!

Il temporale di fine estate ci colse di sorpresa mentre giocavamo nel campo del “poli poli”.

Era un’appuntamento di ogni pomeriggio estivo: cercavamo i quadrifogli portafortuna da mettere tra i fogli dei libri di scuola.La pioggia ci inzuppava,ma se non fosse per i continui richiami di nostro padre da bordo strada,saremmo rimasti lì.Si frugava tra l’erba inzuppata sperando di trovare qualcosa di importante;un nostro amico trovò una bomba a mano della guerra all’interno di una cascina abbandonata,di fianco ad una bellissima pianta di girasoli.Si mormorava tra di noi del ritrovamento,ma la lasciammo lì nascosta tra i cespugli,sicuri che nessuno si sarebbe interessato.Ora nello stesso luogo, da anni, sorgono delle palazzine.

Mi è difficile pensare con mente lucida a quei tempi:la vita ha riservato sorprese non belle. Quel mio amico si è tolto la vita gettandosi da un ponte sull’Adda: aveva 50 anni ed era felicemente sposato,aveva un figlio ed un lavoro stabile.Perchè?

Sono molti gli interrogativi a cui dobbiamo cercare di dare una spiegazione plausibile. La maggior parte delle volte riusciamo e se siamo in difficoltà rimandiamo tutto a “è la vita”, come se la stessa fosse la padrona indiscussa di tutti noi e volenti o nolenti dobbiamo sottostare alla sua volontà.

Fu così che quel mese di luglio capii che sarebbe toccato a me inchinarmi al percorso riservatomi, senza poter fare opposizioni.”E’la vita.”

Mi adattai in fretta cercando di cogliere le parti meno spigolose della patologia ed adeguando la mia persona alla nuova realtà. Io riuscivo a gestirmi da solo ed ancora oggi resisto agli aiuti: bene o male mi arrangio, mi manca solo ciò che ho dovuto lasciare: un lavoro,a mia misura,che mi renda indipendente anche economicamente.

Quanti insegnamenti mi hanno dato i miei genitori. Mio padre da maestro-assessore si è adattato a fare l’usciere di una ditta di mobili; dopo aver lasciato il paesello nessuno più l’ha cercato. Era stato un personaggio, ormai dimenticato.Gli hanno dedicato la sua scuola elementare:un ricordo non indifferente per tutti noi.

E mia madre: a testa bassa e cocciuta come poche strofinava il pavimento della nuova casa e dava vita alla nuova vita stringendo amicizie con i vicini, conoscendo i negozianti del rione,il prete della parrocchia.Non era mai ferma,ed il suo modo d’essere ci coinvolgeva a tal punto che il passato era in apparenza solo un velato ricordo. Progettava il futuro e, sebbene la vita le aveva riservato dolorosi periodi(mio padre ci lasciò a seguito di una lunga malattia che lo costrinse nel letto),non ostacolò mai le nostre scelte,anzi ci incoraggiava e trovava il modo di aiutarci.Sapeva fare di conto,vedeva lungo,ma non sopportava le ingiustizie e  le false scuse.Ci lasciò a 89 anni nel suo letto: i suoi reni non facevano giudizio,ma la testa era viva.Ha invocato più volte il Signore che la prendesse con Lui.

Ora i miei genitori riposano insieme in una tomba qui al paesello. Io li saluto ogni domenica mattina e Mery tiene decorosa la lapide ed i fiori. Anche Alberto li saluta spesso da una feritoia del muro e Carletto quando viene a trovarci non manca di vederli.

Il passato è parte di noi, ci indica la strada giusta; spesso noi non la vediamo o peggio la ignoriamo.

La prima volta che incontrai la dott.sa Daniela, medico e osteopata, ero con Mery, era fine agosto 2012, eravamo nel suo studio al paesello.

Mi prese subito a cuore e dopo alcuni battibecchi mi propose di seguirmi con delle sedute di osteopatia gratuite. Voleva aiutarmi e senza promettere “miracoli” iniziò la terapia.

Le sue mani decise e forti manipolavano e schiacciavano il mio torace e l’addome per poi passare con estrema delicatezza a sfiorarmi le orecchie e tastare la base del collo.

Sono certo che la sua terapia mi abbia aiutato, soprattutto il mio equilibrio migliorava. Non sembravo più un ubriaco ed il cammino era più lineare.Ho dovuto interromperla per un fastidioso strappo alla schiena che mi ha obbligato per circa due mesi ad un’inattività che ancor oggi penalizza i miei movimenti.Ricomincerò,devo farlo per me e per rispetto al suo operato.

Ho una gran voglia di gridare al cielo il mio disagio che ogni giorno devo sopportare senza fare trapelare nulla. E’ questa l’ assurdità che mi logora.

Se cerco nei lontani ricordi vedo sprazzi di intensa luce che mostrano momenti di grande felicità; sono attimi di vita che mi rimangono e che solo il tempo trascorso me li presenta ora; sono importanti più di quando li ho vissuti. Sono sguardi d’intesa, passeggiate in montagna, paure temporanee e sicurezza di essere uniti per sempre.

Le vacanze estive le passavamo spesso in montagna,in val di Fiemme.Era come essere a casa:conoscevamo quasi tutte le camminate che ci portavano alle baite dove ci fermavamo a mangiare frittate con la marmellata e formaggi stagionati.Si giocava,con Giacomo piccolino,a bocce e pig pong ed il ritorno a valle era spesso con lui nello zaino sulle spalle,ma non pesava,ed il sentiero,anche se impervio, lo affrontavo cantando, con lo spirito felice. Mery era sempre al mio fianco, pronta a sostenermi. Eravamo felici di quei momenti e fantasticavamo il futuro plasmandolo a nostro  gradimento. La nostra vita scorreva lineare, ricca solo di buoni pensieri.

E Fortunato stava arrivando. Con lui tanta allegria entrò dalla porta di casa. Nessuno ci avrebbe mai più fermati:

Esce dall’ufficio col viso scuro. La riunione non era andata come pensava. Gli altri soci erano  contrari ad assumere ulteriori rischi. Il lavoro era in calo e quella in discussione era un’ opportunità  che ci avrebbe rilanciato nel grande mondo edile,oppure ,se mal gestita,ci avrebbe affossato.

Il mio cell. suonava, ed in auto  discutevo animatamente con Lanfranchi alla ricerca di una soluzione,di un rilancio da proporre,ma le tante parole finivano inconcludenti e noi rimandavamo il tutto ad un probabile ripensamento,ad un nuovo incontro a cui ci saremmo preparati con idee più convincenti e concrete.

Il mondo edile è sempre stato bastardo: le persone amiche che ci circondavano, non erano poi così amiche, anzi, pensavano solo a come trarne vantaggi personali sia d’immagine,ma soprattutto economici.

Dovevamo, in modo elegante, opporci a loro per strappare un consenso.

L’incontro ebbe luogo a BG. nella sede di una delle società del nostro A.U. Il ritrovo preventivo al baretto di strada per decidere la migliore strategia e l‘interminabile lettura degli appunti ci aveva quasi convinti del successo. Era impossibile dire di no ad una proposta che certo presentava dei rischi, ma gli stessi erano coperti da precisi impegni temporali ed economici da noi sottoscritti. Era fatta. Avevamo l’appuntamento dal notaio per ufficializzare il tutto.

Il dott. Berri ci invitò a casa sua: una villa con piscina sulle vicine colline. Parcheggiammo sul viale difronte l’ingresso; le luci si accesero a illuminare il fondo della piscina e la facciata della villa pluridecorata con bassorilievi. Ci fece strada, ci presentò la moglie, suo figlio terzogenito Patrik o ed un certo dott. Gertrudi.

Il locale appendiabiti era grande come metà della mia casa. Il salone, riccamente arredato, ci trovò presto uniti in piedi in un piccolo spazio. Il dott. Gertrudi non tardò a manifestare il suo disappunto in merito alla decisione presa dal dott.Berri, tantè che lo stesso,per sdrammatizzare ,nominò suo figlio Patrik (allora di circa 10 anni)quale giudice unico:Il dott. Berri riassunse per sommi capi gli impegni  presi con noi,poi rivolgendosi a Paolo gli chiese di esprimersi solo con un sì o un no. Senza indugi Paolo gridò un sì convinto, seguito subito da un applauso unanime dei presenti e da un tintinnio di bicchieri alzati a tutto braccio come dei trofei a sugellare la vittoria.

“Una voce fuori campo mi dice che questi ricordi mi fanno male. Non  rivangare il bel passato,vivi ora. Affronta la tua realtà. I tuoi impegni non sono più societari, sono altri e lo sai . Li conosci talmente bene! La tua attuale situazione non ti permetterebbe di brindare a quella vittoria! Fai un cin cin alle tue gambe , al tuo equilibrio ,alla tua resistenza ,anche a tutto ciò che hai dovuto abbandonare :rinasci Non è come dirlo ,senti che a volte la forza di volontà scalchigna e se anche ti opponi ogni tanto soccombi al pensiero di un futuro non molto roseo e tutto sommato da emarginato. “

Non so ancora esattamente cosa voglio da me stesso. Amici della mia età si tengono aggiornati continuamente sulla oscillazione dell’età pensionabile e giustamente si arrabbiano se il governo proroga e sposta la loro finestra ed all’istante ricalcolano la loro fine. Io non ci ho mai pensato seriamente. Per me è sempre stato un obiettivo marginale, raggiunto il quale mi sarei messo da parte dalla vita attiva. Invece ci ha pensato “lei”a rendermi improduttivo imponendomi delle scelte obbligate che mi hanno velocemente fatto dimenticare. La mia situazione la considero come un prepensionamento con l’aggravante che per il momento non incasso un euro, e non è poco! Cerco in continuazione un’occupazione temporanea che mi faccia sentire attivo ed indipendente.

Per la prima volta (febbraio 2013) ho dovuto raggiungere un compromesso con “lei”: l’ho riconosciuta difronte alle istituzioni che, grazie ad una assistenza di amiche del patronato, mi hanno introdotto nelle burocrazie dei miei diritti di disabile facendosi  valere. Avevo già avuto un’esperienza nel 2008, ma, non ho mai voluto crederci.Le risultanze di quella visita sono state abbandonate per anni nel fondo del cassetto del comodino. Ora una parte di me deve riconosce la mia patologia. Il fatto grave è che devo impegnare i miei pensieri ed il mio tempo a seguire queste pratiche :devo immedesimarmi nel mio vero ruolo di “disabile”,farmi forza e sbandierare a chi me lo chiede la mia situazione che fino ad oggi era mia e di chi volevo io.

Filastrocca

Lei ieri è stato dimesso dall’ospedale con una diagnosi certa di malattia demielinizzante. Per cinque giorni farà dei boli di cortisone che la rimetteranno in sesto, poi a gennaio (2006) decideremo la cura; naturalmente per ogni necessità o dubbio ci chiami,siamo a sua completa disposizione. Queste erano in succinto le parole del prof. Cavi dell’Osp. S.G.B. quel sabato mattina di ottobre nel suo studio.

Decisero Interferone: prendiamola di petto, è la miglior cura per contenere la sua patologia.la feci per un anno, una puntura alla settimana, poi le controindicazioni ebbero il sopravvento.

Io mi sentivo bene, tanto che telefonai dicendo che avrei smesso la cura. Mi richiamò la neuro ed alla sera ero convocato urgentemente in Osp. con quattro neuro difronte che mi ripetevano di ragionare, alla fine mi dissero:se smette firmi qui e ci sollevi da ogni responsabilità. Poi la vice di Cavi, la dr.sa Fresi mi prese in disparte, mi parlò e mi disse che avevano deciso di cambiare cura.  ” Non molli ora, lei ce la farà”. Mi convinse.

Dopo alcuni mesi di tregua,passati senza cure e con la mente libera,mi chiamarono e da allora (anno 2007) le iniezioni di  Copaxone fanno parte del mio quotidiano:ogni sera,prima di coricarmi,il solito pic fatto in punti diversi, tanto che, con mia moglie, abbiamo inventato una filastrocca per ricordarci la posizione della puntura, dice: ”gamba,  gamba, gamba, gamba, pancia, pancia, culo, culo, braccia, braccia. ”Ogni dieci si riprendeva da capo e Mery segnava su un post it giallo la sequenza.Ne abbiamo conservati a centinaia. Ed oggi (dicembre 2012) la neuro ha deciso di togliermi il giochetto. Mi ha destabilizzato tanto che,capendo la mia titubanza,ha prolungato la cura per altri tre mesi.

Ci si adegua a tutto. Bisogna solo avere un po’ di pazienza; guardarsi attorno ed accettare la propria situazione: in fondo nella vita c’è di peggio! E’ vero, ma io dove mi colloco? Non esiste una scala di situazioni di gravità. Per me io potrei essere il peggiore, eppure qualcuno dice: sai zoppica un po’, però lo vedo bene!

Non voglio mai perdere la mia dignità: dipendere da altri è frustrante. Chiedere una mano significa non poter fare da solo, ed io mi sono sempre arrangiato. Che brutto accettare una realtà che senti non tua, un’intrusa voluta da non so chi, che mi obbliga a contrattare quello che fino ad ieri era consolidato, normale. Eppure, grazie alla mia situazione, sono venuto a conoscenza di alcuni casi ben più gravi del mio. “E’ la vita”.

Cosa c’è di peggio che aspettare……..deve avere solo un po’ di pazienza,vedrà che il tempo mi darà ragione:peccato che si parlava di accettare una patologia cronica progressiva invalidante. Ma a chi pensava di darla a bere! Ho eseguito alla lettera tutti gli esami prescritti e non ho quasi mai sollevato obiezioni alle loro scelte!!

Il Palazzone di ge era un’opera tecnicamente complessa. I lavori avanzavano con celerità e nel rispetto del programma. Era l’anno 2002 ed io e Lanfranchi ogni settimana relazionavamo il ns. Committente e DL sullo stato dei lavori. Era una bella “tirata”: generalmente si partiva al mattino presto,verso le 5,30: riunione in loco tutto il giorno,pausa pranzo o panini alla scrivania, post riunione di impresa e ritorno a casa,verso mezzanotte.

Non c’erano pause: il lavoro  prendeva quasi tutto me stesso e solo Mery e i miei due figli mi rigeneravano e mi davano forza. La vita mi sorrideva ed io non le davo il giusto peso.

Non avevo molto tempo per pensare e le mie decisioni erano prese d’istinto, velocemente. A volte dovevo recuperare ed adattarle strada facendo, ma ne uscivo e quando perdevo qualche coccio, continuavo per la mia strada,assorbivo  la mal parata e puntavo al positivo.

Lui è l’ing.Birri, il Direttore dei Lavori,viene da Roma e tutte le settimane scrive su fogli volanti pagine di relazione a mano che poi noi controfirmiamo apponendo le nostre debite riserve.E’ un uomo sulla cinquantina,alto,disposto, dal viso tondo,molto acuto nell’argomentare e scaltro nel ribaltare le eventuali inesattezze riscontrate nei lavori. Con lui adottavamo il sistema di “a domanda, rispondi”: non ci esponevamo più di tanto, proponevamo discussioni su argomenti sicuri a cui si arrivava, a volte, con un premeditato panegirico di argomenti che si lasciavano volutamente cadere per attirarne l’attenzione.

Eravamo diventati degli esperti nell’arte dell’adescamento. Certo, dovevamo assecondare alcune sue rivalse e pretese, ma faceva parte del gioco e, a malincuore, lasciavamo sul campo qualche peccatuccio che ci costava una nota di demerito nella relazione.

Ma eravamo soddisfatti, i punti essenziali erano sempre salvaguardati e ne uscivamo a testa alta. Poi, in separata sede, discutevamo dei nostri problemi con i vari preposti.  Si faceva sempre tardi e la sera ci coccolava coi suoi rumori d’acqua e panoramiche vedute stellari. Si stava bene, godevamo dell’ambiente protetto e sicuro, di una pace e serenità palpabili, di una spensieratezza insolita a chi, come noi, era esposto in prima persona algli obblighi di  scuderia.

L’ultima sigaretta, prima di partire, appoggiato alla macchina, aveva un gusto d’altri tempi: tornavo con la mente alla mia giovinezza, quando da ragazzo sognavo ad occhi aperti e vedevo la mia vita scorrere pulita, senza difficoltà di ogni genere, serena ed in salute. Io, che oggi sono qui e mi arrabatto, cerco di darmi un contegno decoroso consono alla mia persona; ma ormai sono considerato e valutato per uno che ha dato, oltrepassato; un oggetto da conservare che deve solo ascoltare, dire sì senza porre nessuna obiezione e dare il meno fastidio possibile. Chi lo pensava??

Quando la mia patologia  si è presentata ed è stata riconosciuta,mai immaginavo che un giorno avrei chinato  la testa succube delle stesse persone che ieri mi portavano su un  palmo di mano.

Quella sera nevicava e in autostrada c’erano poche auto. La mia e quella di Lanfranchi davanti a me che procedeva lentamente e sculettava tra i solchi di neve lasciati sull’asfalto da altre auto.

Eravamo sul colle: gli facevo i fari e con la mano gli indicavo di muoversi. Non poteva, aveva una macchina di grossa cilindrata, ma a trazione posteriore senza catene e gomme da neve; io lo sapevo e mi prendevo la giusta rivincita di quelle volte che mi aspettava all’autogrill con in mano una lumaca.

Eravamo amici. Rispettavamo quello che ognuno di noi faceva senza intrometterci nelle scelte e senza  chiedere spiegazioni.

“Una voce fuori campo mi suggerisce di non insistere coi bei ricordi…...lo sai che fanno male!! Eppure affiorano alla mente come se li avessi appena vissuti, li porto con me nel mio fardello di vita, non li lascio mai……sono parte di me,sono io qualche tempo fa,sono io oggi.

Tra  i miei trambusti mi faccio largo e scopro sempre qualche momento che passava veloce nella mia vita senza lasciare traccia, ma che ora vive  il suo attimo di giusta importanza.”

Il cantiere procedeva come una scheggia. Le difficoltà erano molte, ma il nostro personale in loco lavorava bene in simbiosi con l’ufficio  ed i problemi venivano affrontati subito e risolti nella maggior parte dei casi.

Ora apro una parentesi che farei a meno di aprire, ma la vita a volte ci riserva sorprese non molto belle che dobbiamo fare nostre e cercare di viverle guardandole, senza farci coinvolgere.

Mi riferisco a mio fratello Alberto.

Se n’è andato il 12 marzo 2014. Era all’ospedale San G.B. Ora riposa vicino ad Andrea, un ragazzo di 29 anni amico di Romina, centauro, mancato due anni fa per un incidente.

Alberto mi mancherà tanto. Le sue fugaci presenze in casa, i nini cercati nelle ore impossibili, l’ eurino sempre in tasca per i piccolini ed il suo grande cuore che tutto capiva e niente faceva trapelare per non disturbare.

La riconoscenza, se ancora esiste, gli è dovuta alla grande. Scendiamo di un gradino e vediamo il mondo con occhio pacato, no ..non addormentato..,ma vigile e giusto,senza invidia né rancore.

Così come ci appare: è la vita diversa di tutti noi che ci conosciamo ed intersechiamo le nostre idee e la nostra realtà  in una successione di eventi che si sovrappongono e a volte cozzano.

Ahi, ahi a volte fa male vivere, ma come è bello. Chissà Alberto ora dove sarà!!Con mamma e papà.

Spero per lui che sia felice. Ha lasciato in tutti un bel ricordo, gli emiliani lo adoravano per onestà e simpatia e tutti si adoperano per darci una mano nelle stucchevoli pratiche di successione.

Passerà…questo periodo lo lascierò alle spalle e le mie gambe forse torneranno a fare giudizio.

Camminerò come prima, magari con una stampella.

 I veri amici li vedi nel momento del bisogno; spero di non aver mai bisogno, perché c’è il caso che io rimanga solo.

Il presente è fuggevole, il futuro è aleatorio, il passato è certo. Dal vissuto cerco di valorizzare le esperienze  che reputo positive per costruire ora nel presente il mio futuro.

E chissà se sarò in grado di fronteggiare con disinvoltura gli eventi, con il viso quieto e il sorrriso sulle labbra.

E’ sempre più difficile fingere che tutto vada bene: quello che mi mette in crisi è la mancanza di fiducia in me stesso!! Sento che la mia vita è ormai compromessa da disturbi collaterali alla mia patologia. Sto vivendo ancora frenato da Alberto, sono passati più di tre mesi ed il suo ricordo mi perseguita….dovrebbe darmi forza…no…

Una voce fuori campo mi suggerisce di lasciare alle spalle questi ricordi e tornare a vivere.E’ un accaduto di vita che mi deve fortificare.Questa miscela confusionaria di situazioni è difficilmente collocabile e gestibile autonomamente.Un appoggio,sento di aver bisogno di un supporto,di un indirizzo,di una parola calda e amica che mi riporti a vivere le emozioni della vita.

““E ricordati: prima di parlare,ascolta; prima di discutere,respira;prima di scrivere,pensa;prima di arrenderti,prova;

prima di morire, Vivi””

E lei, la mia amica di sempre, combattiva e tenace; è lei che io amo, è lei che con i suoi affronti mi dimostra senza false moine di essermi vicino. La vita ci sta mettendo alla prova, ma non sa che noi siamo un tutt’uno e molto duri. Lei è Mery. Sì è la stessa di quarant’anni fa!!

Se vuoi tempo ti do tempo, se vuoi spazio ti do spazio…..le false gentilezze sono all’ordine del giorno!!Non voglio sentirmi aprire una strada privilegiata,sono abituato a conquistarmi le mete da solo.

Vorrei che le persone mi trattassero per quello che sono……

Purtroppo sono io che sono sbagliato!!

Io sono così.

Era una bella giornata di sole, calda e con una brezza fresca che ti faceva sentire bene.

L’aula di mineralogia era tipo parlamento ed io avevo trovato posto in alto ma vedevo molto bene la cattedra del professore che non tardò ad arrivare: si chiamava Assunto.

Posate le sue scartoffie sulla scrivania si guardò attorno, si levò gli occhiali e iniziò la lezione parlando con voce alta e ferma. I sassi prendevano forma, si modellavano, vacillavano nell’aria prima di posarsi sui nostri banchi come piume. La sua ora era la più frequentata e noi ragazzi, pur di ascoltarlo, inventavamo domande per trattenerlo in aula e sentire delle sue imprese in alta montagna alla ricerca di prove di esistenze lontane.

Era il corso di laurea in geologia ed io frequentavo il secondo anno.

La strada che portava alla facoltà dal metrò era, attraversata piazza Leonardo, poco frequentata e con dei grandi marciapiedi delimitati da aiuole di alberi ad alto fusto dalla parte verso strada e da alti muri di cinta che contenevano parchi di ville antiche. C’era un bus che portava a piazza Gori dal metrò, ma io la facevo sempre a piedi; mi piaceva perché l’atmosfera che si respirava in quel tragitto era ricca di belle fantasie che mi portavano al di fuori della realtà quotidiana ad incontrarmi con pensieri ogni volta nuovi.

Il professore Assuntoo morì mentre esplorava una caverna.

Ci lasciò ed io lasciai geologia.

Le sue ore e la sua  aula erano un deserto e solo pochi seguivano il nuovo professore, che, poverino, doveva arrampicarsi ad una eredità difficile da gestire.

Penso alla mia esperienza universitaria, perché rimpiango di non aver concluso i quattro anni di geologia: miei amici delle superiori, molto meno brillanti e preparari di me,sono riusciti a sventolare orgogliosi quel pezzo di carta.

Ma la mia vita mi ha riservato ben altre soddisfazioni in ogni settore ben più importanti di quel pezzo di carta. Certo, il mio rimpianto è perché potevo e non l’ho fatto, ma non per questo mi sento in seconda fila, anzi, spesso e volentieri sono io che conduco il tram e i passeggeri se ne stanno zitti.

“una voce fuori campo mi dice che il mio modo di pensare è così fuori dal comune che non so nemmeno cosa significhi pensare normalmente! Ho sempre un approccio unico e personale ad ogni problema. Mi basta lasciar correre la mente per un po' e mi ritrovo a pensare ad una soluzione alla quale gli altri non avrebbero di sicuro pensato. Insieme alla mia spontaneità ed alle mie idee così creative, sono certo che con me intorno non c'è mai un momento di noia. Forse non me ne sono  mai accorto ma, le persone ammirano moltissimo la mia mente ed il mio modo di pensare.”

Oggi

Siamo nel 2017, a fine febbraio e qualcuno mi ha suggerito di continuare i miei pensieri.

Non è facile riprendere un discorso interrotto qualche anno fa.

Mi sento fuori posto; è come se la mia persona non c’ entrasse nulla con questo scritto. Eppure sono io! rileggo e ritrovo sprazzi della mia vita: rileggo e ritrovo le persone che hanno segnato la mia vita.

Rileggo e ritrovo “lei”: in ogni riga si cela, ed anche se non chiamata espressamente in causa, è sempre presente…… ogni pensiero è dedicato in suo onore ,  vorrei nominarla ma le mie labbra si chiudono ed il mio pensiero vola …..cerca approdi lontani ricchi di luminosi e festanti sogni. Ma chi sei tu per avere un ruolo così importante nella mia vita?  Non penserai di sopraffare le mie idee? Certo, più adagio, ma raggiungo tutto ciò che mi sono prefissato. E i miei pensieri fuggono e vanno  in lidi che solo io conosco, e le persone che mi circondano mi guardano esterefatte e dicono: non si fa così, non è normale comportarsi in quel modo…… noi che diamo tutto per te. ti seguiamo, ti portiamo dai dottori, ecc  ecc…… peccato che si dimenticano: ma dai oggi è una bella giornata, andiamo in giro….oppure oggi minaccia pioggia, perché non andiamo al centro commerciale, vediamo un po’ di negozi e ci beviamo un buon caffè. Non funziona così. Questo giro torno in dietro di qualche riga ed accetto passivamente le principali linee guida che mi  vedono seduto in poltrona e che con voce sommessa chiedo se per caso andiamo al supermercato, chiaramente io aspetto seduto in macchina. E’ così che funziona. Ma tu sei fortunato, ti puoi riposare tutto il giorno……io a lavorare. E’ un dono: essere malati è un dono, ma che dico è una fortuna che spetta agli eletti ed io sono stato nominato. Quel giorno del 2005 il prof. Cavi mi ha cambiato la vita e nessuno se n’è accorto!uesto giro torno indietro di qualche iga

Devo muovermi, darmi da fare per creare la mia indipendenza; ho comprato uno scooter elettrico e vado in giro da solo; non ho più la patente. Chiedere per bisogno è la peggior cosa, fin dove arrivo faccio   anche se le critiche non mancano  che mi fanno ricordare sempre la mia situazione.

“Una voce fuori campo mi dice di smetterla, di accettare la mia patologia. In fondo sei stabile da dodici anni!! Peccato che devo accettare in silenzio gli spasmi che mi torturano le gambe, la stanchezza che mi prende all’ improvviso ed i contorni della patologia. Non possiamo farci niente, devi avere pazienza e sopportare. E’ vero devo essere forte per combatterla, le battaglie sono molte  su  più fronti. La mia giornata è così e in tutto questo impegno devo far rientrare la normalità della vita, i pensieri quotidiani di una famiglia. Posso assicurare che non è facile, ogni tanto sbotto e per giunta mi sento dire di smetterla, che è tutto a posto.”

Tra scienza ed empatia: i neuroni specchio ci dicono che siamo persone sociali” (parole del neuro scienziato Vittorio Gallese) …evviva…… li ho scoperti pochi giorni fa e già mi dicono che sono sociale. Ma questi neuroni non mi fanno guarire e allora che vadano pure a farsi fottere. Cerco di tutto: ultime notizie che mi mandano a guarire all’estero, integratori che fanno miracoli (oro colloidale puro). Il fai da te predomina, perché non accetto i piedi striscianti  supportati  da  gambe che sembrano paletti  d’acciaio.

Ascolto, ascolto molto da chi ne sà e mi impegno per non rimanere indietro per non perdere il treno: l’ obbiettivo è mantenere o aumentare la mia qualità di vita. Cerco nei pensieri nascosti un barlume che possa accendere la lampadina per farmi seguire una strada che abbia un senso chiarificatore del perché proprio a me, ma tutt’intorno le verità scoperte  come sempre si scontrano ed in ultima analisi tu rimani solo ed al massimo aderisci ad una  giusto per schierarti e assumere  un comportamento di parte.

 Il rapporto è 2 donne ed 1 uomo… ma che sfiga eh , non è che ce l’ abbia con le donne, anzi mi piacciono, eccome, noi uomini pendiamo dalle loro labbra e ci vantiamo delle nostre prodezze solo coi nostri amici, ma al lato pratico soccombiamo e diciamo si.

Hanno qualcosa di sfuggevole in più che le distingue e che utilizzano alla necessità per farci cadere come delle pere cotte. Certo che 2 a 1 vincono ancora loro!!, anche nella malattia dobbiamo solo imparare, ed arranchiamo per raggiungere almeno il pareggio!! Vorrei sapere chi ha segnato quell’ 1 per noi uomini… giuro che se lo prendo lo sopprimo dalla faccia della terra. Ma dov’è la pura  essenza del mio comportamento? Io con “lei” ci scherzo, ci gioco, la sottovaluto, la faccio rientrare nella normalità della vita. Tutto ha preso una forma reale ed io mi muovo in questa bolla osservato da occhi vigili che mi seguono  nello stretto dicendomi, come ad un bambino, cosa fare, come comportarmi.

Trascorro la maggior parte della giornata da solo; mi sono iscritto a piscina e due ore la settimana le passo in compagnia di Francesco e Paride, l’istruttore. Due volte la settimana per tre ore viene da me Romina, mi fa fare fisioterapia e sono molto contento perché mi racconta del suo piccolino che non la fa dormire, ed io le racconto di me. Con lei c’è un rapporto speciale, è sempre vivo e ogni volta si rinnova, chissà se avessi trent’ anni in meno e le mie gambe facessero giudizio, darei del filo da torcere al suo compagno. Penso che lei , carina com’è, sia avvezza a rimandare al mittente simili valutazioni e non si offenda. Io la guardo, lei è brava, determinata, sicura….. il suo carattere assomiglia un po’ a quello di Mery forse è per questo che l’ammiro.

Sono fortunato perché, visto i miei trascorsi e quelli di Mery, riesco a far fronte economicamente al mio necessario e decoroso mantenimento. Certo avrei preferito spenderli in viaggi, macchine , bella vita, ma tantè è così e mi devo accontentare di una rivisitazione riduttiva, ma non nulla, di quello che poteva essere.

E quest’aria di fine giornata ci accompagna verso una sera luminosa; ci illudiamo che oltre ia siepe ci possa essere un mondo migliore. Liberi da ogni legame ridiamo dei nostri sbagli, che rifaremmo, perché  grazie anche a loro siamo qui a contarcela.

Chissà perché continueremo a cercare un mondo migliore? Noi qui ci troviamo bene: tra battibecchi ed occhiatacce; col tempo abbiamo creato un fondo solido, vero, ci siamo subito trovati. Devo solo tenere per me piccoli segreti, penso veniali, che mi fanno apparire quello di un tempo, anche se oltre la evidente apparenza si celano dei malesseri che la mia patologia mi ha regalato.

“Una voce fuori campo mi ricorda che nessuno mi darà mai più il mio cammino, la mia stabilità, la scioltezza dei movimenti. Li ho persi per sempre. Sarò sempre un invalido al servizio degli altri. Col mio cartellino blu apro molte strade e vengo portato con vanto rispetto al popolino che si mangia il fegato per trovare un parcheggio!  Ed intanto la vita gira, il tempo non si ferma, succedono fatti belli e brutti e noi commentiamo gli accaduti dicendo “ma dai se lo meritava, ha fatto tanti sacrifici, son proprio contento” oppure “ma dai l’ho appena visto e stava bene, non ci posso credere, la vita è proprio strana, non guarda in faccia a nessuno”.

Ed io e te siamo seduti qui sul divano a scambiare due parole giusto per tirar l’ora di cena, mangiare rispettando i dettami del nutrizionista, poi a vedere la fiction di turno, punturina serale a letto e sogni di un mondo migliore.

E così passano i giorni e quel profumo di erba tra i sentieri mi riporta a quel tempo dove io e te ci baciavamo sotto quell’albero che oggi svetta ancora imponente verso terra, nuvole e cielo a ricordarmi le verità ormai trascorse da tempo. La mia guaina mielinica mi ha lasciato, non sono più isolato, i nervi trasmettono molto lentamente i segnali perché sono sfilacciati e come un filo elettrico in queste condizioni non passo più tutti gli avvisi al mio corpo: sono sempre più lento e mi aggrappo a ogni cosa pur di apparire solo un po’ stanco. Ma quell’ aria di fine giornata mi smuove i capelli e con lo scooter contro un sole tardivo, mi avvio alla ricerca di un mondo migliore. Basta un attimo, un gesto, una parola e c’è, c’è …… mi si apre una visuale diversa e mi ritrovo a dialogare normalmente di me con persone sconosciute che  pure loro mi raccontano dei loro problemi; ci lasciamo contenti di aver parlato……. chissà, forse ci rincontreremo   tra quei sentieri, basterà un cenno con la mano o uno scodinzolare di un cagnolino, per capire che siamo noi che stiamo vivendo in un mondo migliore.

Non si può sempre dimostrarsi all’altezza della situazione, non si può sempre essere libero dai pensieri, non è facile muoversi quando sai che c’è “lei” che ti controlla a vista ed allora pensi di far finta di niente e vivere semplicemente il momento così come è possibile.

“Una voce fuori campo allunga le mani e mi tira le orecchie! Riconosci la realtà e non vendere te stesso per stare su una bianca   nuvola……… guardati attorno, c’è gente.

Lo so che ti manca una bella risata di gusto, ma sorridi alla tua vita che ti ha dato tanto. Quello che ti meritavi e di più……. forse devi qualcosa  a qualcuno,  ma il tempo e la ragione hanno medicato tutto.

E’  “lei”; la voce fuori campo si materializza ed appare.

 La malattia mi prende per mano ed insieme camminiamo nei verdi prati ricchi di farfalle colorate, la sera appaiano le lucciole ed in lontananza vediamo alzarsi gli spruzzi del mare che si infrangono su alti scogli.

E’  là che siamo diretti. Ci siamo conosciuti, ed al di là di qualche spintone  o sgambetto, non mi molla:  siamo una cosa sola.”

Mi piacerebbe diffondere questa mia confusionaria incompiuta: altre persone di cui leggo i lamenti nelle pagine dedicate dai social network, potrebbero trarne spunto per  liberare la mente a proprie fantasie o incazzarsi con me.

E non è poco!!

Mi raccomando, se ti scappa, stringi forte le chiappe e vai diritto verso il wc senza bagnarti e centra il buco. Bravo ce l’hai fatta!! Abbiamo vinto, l’abbiamo sconfitta. Ora bando alle chiacchere e palla al centro. Si riparte e siamo in vantaggio.

Ce la giochiamo.                                                                               Giorgio


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